Roma, storie di 2 cercatori di stanze

Pubblicato: 12 gennaio 2014 in Pensieri sparsi
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Mio fratello Alessio cerca casa a Roma e sabato sono andato con lui a caccia di stanze. In tutto ne abbiamo viste 4. Ecco il racconto di una giornata intrisa di follia, paradossi, pedane di legno e cipolle.

Casa abbandonata

1. Questa è Sparta (magari!)

Stanza numero uno. L’appuntamento col proprietario, un uomo sulla cinquantina, è sotto casa. Saliamo e c’è subito una grossissima sorpresa: la stanza non possiamo vederla perché dentro c’è un ragazzo che dorme. Cazzo, è l’una. Il proprietario, un po’ imbarazzato, ci chiede se vogliamo vedere “il resto”. Acciderbolina se vogliamo. In casa, oltre al ragazzo che dorme, ce ne sono 2 apparentemente svegli. Il primo ci dice che fa Scienze della comunicazione, poi si rivolge al suo coinquilino e gli fa: “E tu che studi?”. Capiamo che in casa l’interazione sociale è di poco superiore alla pulizia del corridoio.

I bagni sono 2, entrambi senza bidet. Si vede che ci abitano dei duri.

La cucina è una sorta di open space alla fine del corridoio. Nell’angolo due grossissime pedane di legno. Che cazzo ci fanno quelle pedane lì non abbiamo il coraggio di chiederlo, anche se l’immaginazione vola (magari le usano per pestare a sangue quelli che vanno a vedere la casa all’una). Diamo uno sguardo alla stanza accanto a quella da fittare: è piccola, ma ben arredata. La casa è per 5 persone. Salutiamo, ce ne andiamo, pensiamo a cosa servano quelle cazzo di pedane.

2. Quelli che fanno le feste dagli “amichi”

Stanza numero due. Ci apre la porta quello che sembra essere un surfista in borghese: è un ragazzo sui 25 che si presenta con t-shirt, bermuda e infradito (il tipico abbigliamento da 11 gennaio). Si chiama Giuliano. È gentile e con lui c’è un altro ragazzo, anch’egli un virtuoso dei bermuda off season.

Ci mostrano la stanza. “Allora, qui resta tutto, tranne… quello” , dove “quello” sta per “culla”. Ok, non vogliamo sapere che cazzo è successo lì dentro. Ci mostrano il bagno e una cucina così piccola che per mangiarci bene dovrebbe starci una sola persona, possibilmente in ginocchio. Parliamo un po’, sento un accento che tradisce origini non italiche.

Gli chiedo: “Di dove siete?”.
Loro: “Brasile”.
Io: “Wow, ballate la samba?”.
Loro: “No”.
Io: “Giocate a calcio?”.
Loro: “No”.

[attimi di silenzio]

Uno dei due: “Però sappiamo fare la capirinha”.

Bene. Le buone notizie allora sono 2: la seconda è che stiamo per andarcene. Alessio, timoroso dell’esuberanza degli Erasmus, gli chiede se fanno spesso delle feste a casa. Loro, con la sincerità che contraddistingue solo chi sa fare una buona capirinha, gli dicono che le fanno dai loro “amichi”. Ci fidiamo, ma ora è tempo di andar via, è tempo di nuove avventure. Salutiamo, ce ne andiamo, pensiamo a cosa servano quelle cazzo di pedane.

3. Casa con vista sul polpaccio

Ed eccoci alla terza casa. Al telefono il proprietario ha detto ad Alessio che l’appartamento è “una via di mezzo tra un primo piano e un seminterrato”. L’occasione è da non perdere. Ci accoglie un ragazzo pakistano davvero gentile, che ci porta al piano -1 (circostanza che mi induce a riflettere per qualche secondo sulle parole “via di mezzo”). Siamo un piano sottoterra.

In casa c’è anche un altro ragazzo, che ci fa da cicerone. Ci fa vedere la stanza. Non è grandissima, ma ha tutto quello che serve: letto, armadio, scrivania e mezzo panettone Motta in una busta trasparente. Alessio e i due ragazzi scambiano qualche parola, ma io non riesco a seguirli: sono rapito dalla finestra della stanza che consente di ammirare i polpacci delle persone che passano. Mi chiedo: e se un cane ti caga davanti alla finestra? Cioè tu apri la finestra e trovi ‘sta merda. Non dev’essere il massimo, soprattutto se non sei un coprofago.

Il bagno è ok, ma anche qui si intravedono i polpacci di chi passa. Il ragazzo ci accompagna a vedere la cucina, spalancando la porta per farci godere a pieni polmoni il forte odore di cipolla che alle 16.30 è quantomeno sospetto. L’esperienza è mistica. Alessio continua a scambiare parole con i ragazzi e io continuo a guardare i polpacci delle persone che passano. La casa non è male, ma il fatto che sia un seminterrato è un grosso malus compensato solo parzialmente dal via vai di minorenni che frequentano il liceo lì vicino. Salutiamo, ce ne andiamo, pensiamo a cosa servano quelle cazzo di pedane. Ma ora puzziamo anche di cipolla.

4. “Il proprietario provvederà”

Quarta casa. Ci accolgono 2 ragazzi che ci fanno subito vedere la stanza: è bella, luminosa, davvero grande. Così bella che il fatto che il materasso sia adagiato a terra senza una rete e che non ci sia l’armadio rischia di passare in secondo piano. Ma i ragazzi garantiscono che il proprietario provvederà (forse togliendo anche il materasso). Il resto della casa ci sembra ok. Salutiamo, ce ne andiamo, pensiamo a cosa servano quelle cazzo di pedane. Domani, forse, andremo a vedere una palafitta sul lungotevere.

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