Cronaca di una colonscopia annunciata

Pubblicato: 28 maggio 2014 in Pensieri sparsi
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Nel febbraio 2013 mi hanno diagnosticato una malattia infiammatoria cronica intestinale. Non cercate su Wikipedia: significa che non posso bere alcolici. La diagnosi, però, non ha convinto il mio nuovo medico, che mi ha proposto un breve ricovero. E ricovero è stato. Dal topo in reparto ai prelievi, dalle misteriose donne col camice bianco all’inevitabile colonscopia: ecco il racconto che non troverete sul prossimo numero di  Famiglia Cristiana. Provetta

1.Un mercoledì da topi

Mercoledì 30 aprile. È il giorno della partenza. Mi sveglio alle 6.20. Ricordo benissimo l’ultima volta che mi sono svegliato alle 6.20: avevo aperto gli occhi e mi ero riaddormentato. Arrivo all’ospedale alle 8.10 e, inaspettatamente, mi squilla il cellulare.

Pronto, il signor Biondi?”.
”.
La chiamo dall’ospedale.
Ehm… volevo dirle che… i ricoveri sono bloccati. L’avevo chiamata anche 10 minuti fa, ma vabbe’… non sarebbe cambiato nulla (un’affermazione quest’ultima che denota una certa onestà intellettuale)”.
Ah…”.
È in viaggio?”.
Veramente ho appena parcheggiato”.
Ok, allora venga in reparto così il dottore le spiega tutto”.

Vado in reparto. Busso al citofono per 20 minuti di fila, ma non mi caga nessuno. Il rumore è fastidiosissimo, ma il personale medico e paramedico, forte di un’esperienza ventennale, riesce a ignorarlo tranquillamente. Decido di chiamare il dottore sul cellulare.

Pronto dottore, salve, sono Alfonso Biondi”.
Salve, dove si trova?”.
Fuori dalla sua porta”.
Ah, mi scusi, apro subito”.

Un paziente del reparto di gastroenterologia

Un paziente del reparto di gastroenterologia

Entro nella stanza. Il dottore chiude la porta e, abbassando il tono della voce quel tanto che basta per insospettirmi, mi spiega il vero motivo del blocco dei ricoveri: un paziente la sera prima ha visto un topo in reparto. Servirà quindi qualche giorno per pulire tutto e il mio ricovero, per forza di cose, è da posticipare. Non la prendo male, ma, mentre torno a casa, ho  premura di iniziare ogni frase con “Porca puttana”.

Venerdì 1 maggio. Arriva la telefonata del dottore: il gatto ha fatto il suo lavoro. Sono convocato per lunedì mattina.

 

2. Questo è il mio sangue

Lunedì 5 maggio. Mi sveglio alle 6.20. Ricordo benissimo l’ultima volta che mi sono svegliato alle 6.20: era la settimana scorsa ed ero andato all’ospedale per nulla. Stavolta, però, niente sorprese: arrivo in accettazione e mi mandano subito a fare il prelievo nella stanza degli infermieri, la cui professionalità è certificata da un cartello su cui è scritto ”Chi vo mal a l’infermiere channa care’ i rient tutti i ser” (Coloro che augurano sventure all’infermiere devono subire ogni sera la caduta dei denti). Uno di loro mi prende in consegna e mi infila un ago nel braccio, prelevando una quantità di sangue che potrebbe tornargli utile nel caso un tricheco obeso abbia bisogno di una trasfusione d’urgenza.

Mi dirottano in reparto. Con me ci sono i miei genitori che mi aiutano a sistemare le cose. In stanza, almeno per ora, sono solo. Meglio così, non mi piace masturbarmi davanti agli estranei.

Viene ad accogliermi lo specializzando che mi è stato assegnato: mi visita, gli do le vecchie analisi e parliamo un po’ della terapia che sto seguendo. A mezzogiorno in punto arriva il pranzo: è un vassoio di 3 portate accompagnato da un foglietto che le descrive. Il foglietto riveste un ruolo fondamentale: senza, infatti, sarebbe impossibile capire cosa sto per mangiare.

Riso con gamberi e zucchine senza gamberi e zucchine

Riso gamberi e zucchine senza gamberi e senza zucchine

Per tutto il pomeriggio non mi caga nessuno. La cena arriva alle 18, un orario ideale per chi vuole iniziare a soffrire di depressione ma non sa da dove iniziare. Leggo, giochicchio col cellulare, scrivo qualche battuta. Poi, in ritardo come al solito, arriva il sonno.

 

3. La misteriosa donna col camice bianco

Martedì 6 maggio. Il dignitoso piano di dormire fino alle 8.30  viene subito sabotato: tra le 7 e le 7.10 in camera arrivano in sequenza un infermiere, il tipo delle pulizie, poi quello che porta la colazione. Resisto, ma alla fine il baccano del corridoio mi traghetta con forza fuori dalla fase rem.

Alle 9.30 arrivano i medici. Le analisi del giorno prima sono buone. Più tardi mi faranno un’ecografia. Per me in calendario c’è anche una meritata colonscopia, che però non verrà eseguita durante il ricovero bensì il 19 maggio. Piccola precisazione per chi finge di non saperlo: la colonscopia è un esame diagnostico che consente di esplorare le pareti del colon, grazie a un tubo che ti viene infilato su per il culo.

Un culo

Un culo

Intanto è arrivato il mio compagno di stanza: è un simpatico signore di 65 anni del quale non parlerò male perché siamo diventati amici su facebook e potrebbe leggere questo post. Ci presentiamo, facciamo un po’ di conversazione, denigriamo il pranzo utilizzando parole scurrili.

Poi la svolta della giornata. Sono le 4 di pomeriggio e sto leggendo un libro. A un certo punto arriva in stanza una signora che indossa un camice bianco. Si avvicina al mio letto, mi chiede cosa sto leggendo e da lì iniziamo una conversazione di circa mezz’ora; parliamo di Roma, di lavoro, di università, delle sue figlie. Poi mi saluta e va via. Ed è proprio in questo preciso momento che mi  pongo una domanda: ma questa chi cazzo era? In mio soccorso arriva il navigato compagno di stanza che mi spiega che si tratta di una volontaria che, assieme ad altre colleghe, ha il compito di portare conforto ai malati. Inizio a sospettare che i medici mi nascondano qualcosa.

 

4. Biondi, le devo parlare

Mercoledì 7 maggio. Dopo la solita processione delle 7 di mattina, entra lo staff medico. Vicino al mio letto ci sono 8-9 persone tra medici e specializzandi. La cosa mi mette leggermente in imbarazzo, ma non abbastanza per farmi vergognare dei miei capelli sporchi di 4 giorni. Mi dicono che le analisi dei giorni precedenti sono perfette, tant’è che potrebbero addirittura rivedere la diagnosi. E io immagino la seguente scena:

Dottore: “Biondi le devo parlare”.
Io: “Mi dica”.
Dottore: “Le abbiamo fatto 4 prelievi, un’ecografia dell’addome, una radiografia toracica, una colonscopia con biopsie random, abbiamo ricostruito la sua storia clinica degli ultimi 7 anni. Ora possiamo dirlo con certezza: lei ha il raffreddore”.

La rana che ho leccato prima di scrivere il pezzo

La rana che ho leccato prima di scrivere il pezzo

Previsioni a parte, sono in ospedale da 3 giorni e la cosa inizia a pesarmi un pochino. Il pomeriggio mi vengono a trovare i miei genitori che mi portano l’acqua e le provviste necessarie nel caso la Russia di Putin decida all’improvviso di invaderci.

 

5. Un risveglio del cazzo

Giovedì 8 maggio. Mi sveglio dopo una notte infernale. Il mio compagno di stanza ha russato in La bemolle. Ha smesso, poi mi ha tormentato una zanzara. Alle 3 e mezza c’è stata l’irruzione dei medici a causa di un piccolo malore del mio commilitone (che comunque si è ripreso nel giro di poco). Un casino assurdo. Ero in un palese stato confusionale e credo di aver detto qualcosa del tipo: “Altri 10 minuti mamma, tanto oggi c’è assemblea d’istituto”.

Il via vai delle 7 di mattina mi sveglia impietosamente. Prima di pranzo mi spediscono a fare una radiografia toracica. Sto finendo le mutande. Ho la barba incolta e l’aspetto trasandato. Insomma, sono il solito Alfonso.

Mi viene a trovare Silvia, la mia ragazza. La porto a fare una passeggiata romantica per il reparto. Mi ha portato, tra le altre cose, dei limoni talmente grandi che, se  solo avessero le fessure per le dita, potrebbero essere inventariati come palle da bowling.

 

6. Addio schiappe

Venerdì 9 maggio. Sono le 7.15 e il mio compagno di stanza inizia a parlare appassionatamente di politica, società e della bellezza di Posillipo. Ci mette così tanta passione da non accorgersi che sto dormendo.

Arrivano i medici e mi danno una buona notizia: sono libero di scappare via già oggi pomeriggio. Consumo l’ultimo pasto: riso con zucca, carote e lische con un po’ di pesce. Mi preparo e vado via. Il 19, però, mi toccherà venire a fare la colonscopia. E saranno cazzi.

 

7. Purgante mon amour

Lunedì 12 maggio. Torno a lavoro. La settimana passa velocemente e, in attesa della temuta colonscopia, continuo a pormi una grossissima domanda: e se poi mi piace?

Un culo (nel caso prima ve lo siate perso)

Lo stesso culo di prima (nel caso abbiate fatto finta di non vederlo)

Domenica 18 maggio. Ed eccoci al giorno prima dell’esame. Oggi dovrò seguire una dieta tutto sommato equilibrata: acqua, brodo e 4 litri di purgante. Passo un pomeriggio di merda, ma mi faccio forza pensando che al cinema danno Godzilla. Domani si chiude in bellezza.

 

8. Un mondo dentro al mio culo

Lunedì 19 maggio. Arrivo in ospedale, mi accomodo in sala d’attesa e  attendo il mio turno, augurandomi che sia il più tardi possibile. Passa un’ora e mezza, mi vengono a chiamare. Paura, eh? In sala ci sono 2 medici e un infermiere. Mi dicono di accomodarmi in bagno, mi invitano a togliermi mutande e pantaloni, e ad indossare un camice chiuso davanti e aperto dietro. Non so se sia questa la prassi o se lo facciano solo per prendermi per il culo, ma mi tocca assecondare la loro perversione.

È tutto pronto: mi fanno accomodare su un lettino, mi mettono un ago nel braccio, mi dicono di sdraiarmi sul fianco sinistro. Poi, nel totale rispetto delle rigorose procedure prescritte dalla medicina occidentale, cercano di infilarmi qualcosa nel culo senza avvertirmi.

Soffro. Mi dicono che devo stare rilassato. Strano che non lo sia: il fatto che tra qualche secondo un tubo di 2 metri mi entrerà nel culo dovrebbe tranquillizzarmi. Alla fine, nonostante l’ammirevole resistenza, l’ariete passa oltre le colonne d’Ercole. Sento qualcosa che si muove nel culo. Non è un bel sentire, ma guardo il lato positivo: non è un cazzo. Almeno per ora. Almeno credo.

Scultura di Giuseppe Renda chiamata "Per favore, fate presto"

Scultura di Giuseppe Renda conosciuta col nome di “Per favore, fate presto”

Un medico monitora tutto quello che succede su uno schermo e dà direttive al collega che continua ad infilarmi il tubo nel culo come se stesse farcendo un pollo che gli ha scopato la moglie. Lo staff medico è molto simpatico e cerca di far passare il tempo con qualche battuta. Ridiamo, parliamo, scherziamo. Ma io ho sempre un tubo nel culo e ciò non è bello. Passano 25 interminabili minuti. Alla fine l’anaconda esce. Vado in bagno, mi tolgo il camice da mistress e mi ricompongo.

Parlo coi medici: l’esame è andato bene ed effettivamente la malattia infiammatoria intestinale potrebbe non esserci (qualora ci fosse, mi dicono, si tratterebbe di una forma molto lieve). Ora bisognerà solamente aspettare l’esame istologico,che confermerà se tra una ventina di giorni potrò bere un Long Island da un litro o un Long Island grande.

Il mio racconto, purtroppo per voi, finisce qui. Vi ringrazio per l’attenzione, ora potete prendere una spilletta.

 

NOTE di cui non frega niente a nessuno:

1.  L’immagine del culo dei paragrafi 4 e 7 non appartiene a nessun vostro conoscente, ma trattasi di un’immagine di Wikipedia. Anche la foto della scultura è un’immagine di Wikipedia.

2. La battuta sul Long Island è un calco di una battuta di Bill Hicks (lo scrivo perché non voglio che vengano fuori storie di plagio quando sarò nella casa del Grande Fratello).

3. Se volete mandarmi delle foto in cui vi masturbate, ricordatevi di allegare il vostro curriculum.

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